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News: 8 Luglio 2005: Gamers4um è finalmente un "vero" forum... da parte mia
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Turrican3

Autore Topic: "Perché la stampa videoludica italiana è morta"  (Letto 989 volte)

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Offline Joe

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"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« il: 30 Agosto, 2018, 15:23:40 »
"(o comunque morirà presto)".

http://www.teamcrimine.it/crimewords/stampa-videoludica-italiana-morta

Di Claudio Todeschini (ex capo-redattore The Games Machine e TGM Online ndJ)

Citazione
Possiedo il tesserino da giornalista dall’ottobre del 2000. Ho sempre preferito la definizione di “critico di videogiochi” a quella di giornalista (a cui ho sempre associato nomi e professionalità di tutt’altro rilievo e caratura), anche perché mi è sempre sembrata più adatta al lavoro che ho svolto fino a maggio di quest’anno. Ma tant’è. Ho cominciato come semplice “staff writer” per The Games Machine, e come caporedattore della rivista ho concluso la mia carriera da critico di videogiochi. Nel mezzo, collaborazioni con altre testate, quotidiani nazionali, siti americani, l’apertura di tgmonline.it (che poi è diventato, per ragioni troppo lunghe da spiegare in questa sede, thegamesmachine.it), e un sacco di altre cose.

Una premessa pallosissima, mi rendo conto, inutile per chiunque, ma che mi serve per dire che ho vissuto per quasi vent’anni nel mondo della stampa videoludica italiana, e che quello che scrivo nasce da una conoscenza abbastanza profonda di come funziona. Potrete non essere d’accordo con quello che scrivo o con le mie opinioni, e ci mancherebbe pure, ma non sul fatto che conosca l’argomento.

E quindi, torno al titolo: la stampa videoludica italiana è morta, o quantomeno destinata a perire nel giro di poco tempo. Il motivo è presto detto: della stampa videoludica, in Italia, non frega un cazzo a nessuno.

Non interessa innanzitutto ai lettori. Basta farsi un giro su un qualsiasi social, per capire che si è ormai del tutto persa nel vuoto cosmico la voglia di confrontarsi, di discutere, di parlarsi anche solo per accettare il fatto che si possono avere idee diverse su un argomento. Nel mondo dei videogiochi, almeno da queste parti, è così da un pezzo. Non conta la recensione e non conta la qualità dell’analisi: importa solo il numeretto in fondo all’articolo, la media di Metacritic, ad andar bene il commento. In generale, chi viene a commentare le recensioni lo fa solo per dire che non è d’accordo, che ci sono scritte un mare di fesserie, per gridare ai soliti complotti ecc… ecc… La complessità fa schifo e viene evitata a ogni costo. Non interessa un’analisi basica, figurarsi qualsiasi tentativo di portare la discussione su binari un po’ più alti. Non tanto, eh, solo un pochino. Tra giocatori ci si lamenta in continuazione di quanto la stampa generalista continui a considerare i videogame come “giochini”, tutti lì col mignolino all’insù a dire che il medium è arte; poi, quando qualcuno prova a proporre una lettura meno banale e che si sforza di andare un po’ oltre il solito giro di grafica/sonoro/longevità, allora sono solo pipponi filosofici inutili. Un periodo in cui la complessità è inaccettabile, tutto dev’essere semplice, bianco o nero: non c’è tempo, men che meno voglia, di capire o di comprendere. C’è solo spazio per cercare conferme alle proprie idee, e rinchiudersi sempre più nella propria “bolla”, oppure per attaccare chi la pensa in maniera diversa. Solo bianco o nero.
Non interessa agli editori, cui in generale la qualità frega pochino. I lavori ben fatti hanno lo stesso valore di quelli mediocri, ché l’unica cosa che conta è riempire lo spazio, generare clic, creare contenuti su cui veicolare banner e adv. La visione complessiva, in generale, è piuttosto miope e desolante. L’unico interesse (che di per sé non è mica sbagliato, ma necessiterebbe di vivere in minor solitudine) è portare i conti in attivo, e di farlo faticando il meno possibile, il che significa avere tanti contenuti a costi sempre minori. E quindi sotto con le recensioni gratis, pagate con le promo dei giochi, con newser che lavorano 7 giorni su 7, dalla mattina alla sera, per portare a casa un centinaio di euro quando va bene, sperando magari prima o poi di poter recensire un gioco, o di partecipare a un evento stampa. Ogni altra alternativa richiede progetti editoriali non già rischiosi, ma un minimo coraggiosi, richiede sbattimento (ossia investimenti, anche solo di tempo), e nessuno ha voglia di farselo. E del resto, i siti di videogiochi in Italia sono fatti tutti con lo stampino e non ce n’è uno che si sforzi anche solo un po’ di portare avanti una linea editoriale un po’ diversa.

La (buona) stampa videoludica non interessa ai publisher e ai produttori di videogiochi, alle aziende economicamente investite in questo settore, alla cosiddetta industry. Della qualità di una recensione all’industry italiana non frega niente, men che meno di sapere che c’è gente che finisce i giochi e può quindi parlarne a ragion davvero veduta, che ci sono professionalità maturate nel corso degli anni, e che hanno a cuore innanzitutto il rispetto per i lettori (e potenziali acquirenti) e per il valore dei loro acquisti. E perché mai dovrebbe fregargliene qualcosa? I publisher hanno sempre considerato la stampa specializzata un male necessario con cui dover bene o male fare i conti, ed è stato così fin quando le recensioni erano in grado di condizionare il mercato e le vendite. Oggigiorno – nell’epoca degli youtuber, degli influencer, delle campagne promozionali e delle iniziative di marketing, della brand awareness e di tutto il resto – il valore misurabile di una recensione è sceso sottozero. Le recensioni non spostano di una copia le vendite dei videogiochi, e chi pensa il contrario è un illuso. Ergo, chi se ne frega del diritto del potenziale cliente a essere informato se un gioco merita o no i suoi (sudati) soldi.

La stampa videoludica italiana non interessa agli inserzionisti o ai centri media, che preferiscono spalmare i loro budget media sui “soliti” siti più visitati, ché è troppo sbattimento capire quali potrebbero effettivamente svolgere un lavoro migliore per il loro cliente. Ragionare su progetti speciali, idee, spunti creativi di qualsivoglia natura richiede uno sforzo che una banale suddivisione aritmetica per pageview e utenti unici non richiede, e quindi perché farlo? E infatti, non viene fatto.

Per finire, ed è la cosa più grave, della stampa videoludica italiana non frega un cazzo a chi la fa. A quasi tutti, perlomeno. Il costo del lavoro in questo settore è precipitato nel corso degli anni, e continuerà a scendere fino ad arrivare allo zero, e ormai non manca molto. Del resto, non è complicato: è semplice matematica. Se Tizio lavora per X euro, e Caio può (e vuole) svolgere lo stesso lavoro per 0 euro, il costo del lavoro quantomeno si dimezza, e Tizio finisce per essere pagato la metà. Al giro successivo, Tizio lavora per X/2 e Caio sempre per 0, e Tizio si ritroverà – a meno di non voler essere lasciato a casa – a lavorare per X/4. A un certo punto Tizio si stufa e decide che è ora di trovare uno stipendio dignitoso; Caio, nel mentre, viene pagato X/8 per fare il suo lavoro, ed è pure tutto contento, perché fino al giorno prima lavorava gratis. E là fuori ci sono un sacco, ma proprio un sacco di Caio: vuoi per avere i giochi in omaggio; vuoi per vedere il proprio nome pubblicato sotto quello del logo di una testata importante; vuoi per poter aggiungere una voce nel CV; vuoi per poter dire “io scrivo di videogiochi”; vuoi per arrotondare con quattro spicci, in attesa di trovarsi un lavoro vero o di finire l’università. Lasciatemi essere chiaro, su questo punto: il problema non sono i Caio e non è la guerra tra poveri. Il problema vero è che il mercato ammette, e anzi incentiva questo approccio. Perché un editore dovrebbe pagare uno stipendio normale, diciamo 1500 euro al mese, per una persona che – se va bene – può scrivere una ventina tra recensioni e anteprime e andare a qualche evento, quando con la stessa cifra può pagare dieci o più ragazzini che garantiscono diverse centinaia di news, anche se scritte male, e senza alcun criterio giornalistico, e comunque qualche recensione e anteprima sicuramente la fanno comunque, ché tanto il gioco glielo regalano? Non c’è neanche da porsi la domanda! Del resto, il mercato del lavoro in questo settore è peggio del Far West: sono le Wasteland di Mad Max, senza nessuna regola e senza nessuno che si prenda la briga di farle rispettare. Non ci sono barriere all’ingresso, non ci sono norme, non c’è controllo e non c’è volontà alcuna di cambiare le cose. L’esempio che faccio sempre, e a cui non trovo mai una risposta in grado di smontarlo, è: andreste a farvi sistemare una carie da uno che di giorno fa il meccanico e la sera, a tempo perso, gratis, aggiusta i denti perché è la sua passione, senza aver studiato e senza aver fatto pratica? La risposta è che no, non ci andreste, perché non vi fidereste. E se anche ce ne fosse uno bravo (perché quelli bravi ci sono sempre) e di cui vi fidate, non ci andreste perché non potrebbe esercitare; gli farebbero chiudere baracca e burattini in tempo zero. Il mondo del giornalismo videoludico in Italia, invece, funziona proprio così: tranne qualche sempre più rara mosca bianca (tipicamente i caporedattori delle testate più importanti), TUTTI gli altri collaboratori hanno un altro lavoro (e del resto, come mantenersi, altrimenti? A suon di 20 euro lordi a pezzo, quando è festa?), oppure studiano. E nessuno ha un contratto giornalistico, figurarsi. Quelli che hanno uno stipendio normale sono inquadrati come grafici editoriali quando va bene, o come generiche partite IVA.

Il succo è che la stampa videoludica italiana è morta perché non c’è nessuno a cui freghi un cazzo che sia viva.

Non ho smesso di fare il caporedattore di The Games Machine perché mi andava. Ho smesso perché, in questi venti anni, ho visto sempre e solo calare i compensi per chiunque, dal caporedattore più blasonato ai collaboratori; perché ho cenato con gente che si vantava di vendere i voti per poter avere campagne pubblicitarie; perché ho visto calare ogni anno la cifra che gli editori pagavano per il mio lavoro e quello dei miei collaboratori; perché ho lavorato con lo stipendio dimezzato mentre facevo la chemioterapia; perché ho accettato riduzioni di compenso a tempo indeterminato per “solidarietà”; perché ho pagato di tasca mia cose che in qualunque ambito professionale non sarebbe pensabile che un collaboratore paghi di tasca sua; perché non ho mai avuto un contratto che fosse uno, ma ho sempre lavorato tanto. E la proposta di continuare a farlo “per la gloria”, mi è sembrata un po’ fuori tempo massimo, per tanti motivi. Ma è anche stato un segnale chiaro ed evidente della direzione verso cui ci si sta muovendo.

La stampa videoludica non è morta, e in fondo non morirà. Sopravviverà, come fenomeno amatoriale, senza alcuna pretesa o velleità di professionalità, di affidabilità, di rispetto per il lettore. Ci saranno ancora decine e decine di siti, blog e webzine, scritte con amore e passione da chi di giorno fa un altro lavoro, e nel tempo libero ha deciso di fare il critico videoludico, se gli va bene a venti euro lordi al pezzo. Può anche essere corretto, per carità. Solo, abbiamo almeno il coraggio di non chiamarla più stampa.
« Ultima modifica: 30 Agosto, 2018, 15:44:15 da Joe »

Offline Joe

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Re:Perché la stampa videoludica italiana è morta
« Risposta #1 il: 30 Agosto, 2018, 15:26:13 »
Questo sfogo di Claudio Todeschini (aka Keiser) descrive la sua visione dell'attuale e futura salute della stampa videoludica italiana. Il signore parla con cognizione di causa, dati i suoi trascorsi (e il recente divorzio dalla casa editrice che attualmente da alle stampe The Games Machine, la rivista più longeva al mondo -Famitsu a parte- del nostro settore, che il prossimo mese compirà 30 (!!) anni) su carta e web.
« Ultima modifica: 30 Agosto, 2018, 16:29:41 da Joe »

Offline Rot!

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #2 il: 30 Agosto, 2018, 16:00:55 »
Mi dispiace anche se temo di essere parte del problema: sono davvero anni che non leggo nulla. In generale reputo (forse sbagliando, non sono sul pezzo) che la qualita' sia davvero bassa.

Di questo sfogo ci sono pero' alcuni aspetti poco chiari.
1- Con stampa intende carta stampata?
2- C'e' una specificita' italiana? In cosa si esprime?
3- Perche' mai in Italia dovremmo avere una cultura di critica videoludica se apparentemente, caso davvero raro nei paesi avanzati, non vi e' una cultura relativa allo sviluppo dei videogiochi? Le due cose sono correlate?

Saluti

Online Turrican3

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #3 il: 30 Agosto, 2018, 16:16:39 »
A me sembra che intenda stampa a tutto tondo... che poi al giorno d'oggi cosa è rimasto di carta stampata videoludica in Italia? :sweat:

Riguardo l'ultimo punto sicuramente siamo molto indietro rispetto agli colossi europei, ma mi sento di dire che rispetto agli anni di Simulmondo, Genias e compagnia bella abbiamo fatto passi da gigante.

Detto questo sono pure io parte del problema, per quanto il mio "non-contributo" di lettore vada ben oltre la realtà italiana dato che di fatto non seguo con regolarità più niente neppure al di fuori del contesto nostrano.

Forse per questo dovrei astenermi dal giudizio, ma l'impressione (per quel poco che vedo, anzi leggo di riflesso) è che sì, la qualità dell'offerta e dell'utenza generalmente sia tendente al bassino... parlo di portali/testate giornalistiche a tutti gli effetti, non di realtà più o meno formalmente indipendenti come, non so, Sabaku No Maiku alias Mike of the Desert.
« Ultima modifica: 30 Agosto, 2018, 17:44:18 da Turrican3 »

Offline Bluforce

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #4 il: 30 Agosto, 2018, 18:03:34 »
Il ragazzo dice cose vere.

Purtroppo in Italia alcune di quelle cose (gente sottopagata, contratti da ridere, mortificazione di talune professioni) sono più diffuse di quanto si possa pensare.

Restringendo il campo ai soli VG, c'è da dire che il mondo è cambiato parecchio, adesso volendo le info le si prende direttamente alla fonte, senza aspettare l'uscita del "mensile", ed anche senza andare sui siti terzi.
Per quanto mi riguarda credo di avere ormai maturato i miei gusti videoludici, e francamente non seguo più le recensioni.

Riguardo allo scambio di opinioni, siamo pochi. E le realtà sono piccole.
Infine, il mercato videoludico italiano conta come il 2 di mazze con briscola a coppe. Non abbiamo "i numeri", non abbiamo sviluppatori, le riviste vendono i voti per due giochi promo (e se dai un voto pesante spariscono nel nulla). Io non ho l'esperienza che ha il tipo e non mi paragono assolutamente a lui. Se io ho visto quel che ho visto, figuriamoci lui.
« Ultima modifica: 30 Agosto, 2018, 19:45:51 da Bluforce »

Offline Pila87

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #5 il: 31 Agosto, 2018, 11:55:48 »
Dove lavoro io stiamo incontrando serie difficoltà a trovare un/una giovane in gamba che ci dia una mano a fare degli schemi elettrici, non vediamo l'ora di assumere qualcuno con stipendio vero e compagnia ma non si riesce a trovarlo. E' una cosa che attira poco i giovani, la gente che intraprende quegli studi è poca e non si trova facilmente personale qualificato.

Al contrario, ho intere legioni di amici che fanno o vorrebbero fare i grafici, design web, illustratori, gente che si "riduce" a lavorare per due lire, nella vaghissima speranza di farsi notare, porta le birre al pub la sera, sta in casa con la mamma e non sono di certo impreparati, ma sono tantissimi e vivono in Italia, in provincia, qui siamo un po' indietro su queste cose ed ho sentito di aziende serie che si aspettavano di spendere due lire per farsi fare lavori grafici da gente professionista, per un trapano comprano il top di gamma ma per il loro sito web si aspettano di spendere cifre da serata in pizzeria.

Posso solo immaginare che razza di situazione ci possa essere nell'ambito dei videogiochi, qualunque ragazzotto appassionato sarà disposto a scrivere in cambio del caffè e l'utenza ormai vuole gratis pure i giochi, figurati la recensione...

Un mio sogno sarebbe un bel sito a pagamento che tratta l'argomento, qualcuno che abbia il coraggio di offrire contenuti migliori e di chiedere dei soldi. Basta con la prostituzione verso la Ubisoft di turno, la concorrenza ai ragazzini YouTuber e gli articoli regalati. Per me non è un problema pagare per contenuti che meritano, rispetto alla situazione attuale dove non leggo più niente...

Immagino però che richiederebbe grossi investimenti e non ci sia grande interesse, purtroppo è il settore del tutto gratis...

Online Turrican3

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #6 il: 31 Agosto, 2018, 12:21:05 »
Immagino però che richiederebbe grossi investimenti e non ci sia grande interesse, purtroppo è il settore del tutto gratis...

Basti pensare che Edge, forse la più autorevole rivista occidentale del settore, da tempo non ha più un suo sito web indipendente ed è in netto declino:

2006: ~33600 copie mensili (fonte)
2014: ~18000 copie mensili (~11700 cartaceo, ~6300 digitale, fonte)

E non sono più disponibili i dati recenti (fonte), il che non depone particolarmente a favore dell'ottimismo. :|

Beninteso, un sito come si deve E indipendente sul serio, lo pagherei volentieri pure io.

Ma sarò brutale, secondo me è proprio impossibile farlo.
A meno di tagliare tutti i ponti con chi produce i videogiochi (prima o poi ti faresti tutti quanti nemici e nessuno spedirebbe più nulla / inviti alle anteprime / ecc.), con le ovvie conseguenze in termini di tempistica/coperture rispetto a chi invece è ancora dentro il "sistema".

Offline Pila87

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #7 il: 31 Agosto, 2018, 14:40:23 »
secondo me è proprio impossibile farlo.

In italiano faccio davvero fatica ad immaginarlo, non credo che il mercato muova chissà quali numeri e da noi la cultura di pagare per le cose non è molto radicata...

Forse, e dico forse, sarebbe possibile in inglese. Ma dovrebbe essere una cosa davvero di qualità, la differenza rispetto al sito gratis dove il fan scrive per passione dovrebbe essere abissale.

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #8 il: 31 Agosto, 2018, 14:46:05 »
"Culturalmente" parlando forse potrebbe funzionare come dici fuori dagli italici confini, ma secondo me con le recensioni tardive rispetto a tutti gli altri rimanere a galla sarebbe davvero durissimo. Chissà!

Offline Bluforce

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #9 il: 1 Settembre, 2018, 14:56:28 »
Ora che l'Italia l'abbiamo mazzuolata, tocca all'estero. Non è che all'estero sia tutto rose e fiori.

Parliamo di Tom's Hardware e dei suoi articoli (cartacei e video) che iniziano con "Just Buy It" riferito alle nuove GPU Nvidia?

Altra cosa, senza malizia, esattamente mi sapreste dire per che tipo di contenuti videoludici sareste disposti a pagare dei soldi per leggerli?

Offline chicco71

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #10 il: 1 Settembre, 2018, 15:27:36 »
fino a 2 mesi fa compravo Retro Game magazine, bimestrale della Sprea editore. Ma da quello che ho sentito il numero 8 di fine giugno deve essere stato anche l'ultimo. La rivista era nata poco più di 2 anni fa con dei numeri speciali di una rivista PC (non ricordo il nome) ed erano mere traduzioni dalla rivista inglese Retro gaming... poi hanno reso la rivista "indipendente" con articoli scritti qui in Italia e la trovo (o forse meglio dire "trovavo") una rivista interessante con approfondimenti su console e videogiochi che hanno segnato varie epoche nonché tipologie varie di ciò che noi raggruppiamo sotto lo stesso appellativo di "videogioco". Ecco quei 9,90 euro al bimestre glieli davo volentieri. Un peccato se effettivamente non uscirà più.

Offline Pila87

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #11 il: 3 Settembre, 2018, 09:26:12 »
Altra cosa, senza malizia, esattamente mi sapreste dire per che tipo di contenuti videoludici sareste disposti a pagare dei soldi per leggerli?

Non pagherei per le recensioni "consigli per gli acquisti" che non leggo nemmeno in forma gratuita :asd: e nemmeno per le semplici news, quelle rimbalzano ovunque in ogni caso.

Per contenuti professionali, un abbonamento potrei pagarlo. Un articolo che parli, esempio a caso, di come si evolve il mercato giappo fra console tradizionali, smartphone, portatili... qualcosa scritto da un vero giornalista, che ci mette la sua esperienza e la sua ricerca sul campo.

Mi piacciono i platform indie ma ovviamente l'offerta è gigante e non si riesce a seguire tutto, lo leggerei un articolo mensile "il meglio de" che non sia una semplice raccolta di quelli con più visibilità...

Credo che la differenza la facciano le persone, una redazione di personaggi che sono veramente del mestiere ed hanno la serenità di lavorare pagati la metterei volentieri alla prova.

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #12 il: 3 Settembre, 2018, 17:22:41 »
Anche per me, potrei essere disposto a pagare (ed in effetti l'ho già fatto più volte via Kickstarter :inlove:) per approfondimenti di qualità e recensioni di cui vi sia certezza di assoluta indipendenza.

Insomma quello che hanno già detto gli altri. :bua:

Offline Bluforce

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #13 il: 3 Settembre, 2018, 19:45:13 »
Insomma, un sito senza pubblicità diretta ed indiretta, fatto da gente in gamba, pieno di contenuti di qualità al di là di semplici recensioni, accessibile solo previo abbonamento mensile o annuale.

E che ci vuole? Lo facciamo noi? :D

Online Turrican3

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Re:"Perché la stampa videoludica italiana è morta"
« Risposta #14 il: 3 Settembre, 2018, 19:52:52 »
Io ci metto lo spazio web.

Qualcuno deve pur cominciare. :bua:

 

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